<- indietro

VIVERE TREVIGNANO

Agricoltura, cenni storici

Notizie tratte dal libro di:

 

Cristina Feltrin   e   Nicoletta Bötner

 

TREVIGNANO

E  LA SUA

STORIA

 

II EDIZIONE AGGIORNATA

Maggio 2000

 

In occasione del

Primo raduno Mondiale

dei Trevignanesi

 

Tipografia Volpaghese

 

® Tutti i diritti sono riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.

 

 

[…]

LA PERTICA E LA PERTICAZIONE

 

Il termine pertica veniva usato per indicare l’unità di misura delle superfici agrarie e lo strumento stesso utilizzato per la misurazione del terrreno.

Il termine deriva da pertega o perticara che era il nome di un aratro tra i più diffusi nelle campagne trevigiane.

La pertica, come strumento per la misurazione del terreno, era già nota sin dai tempi dei romani, ma saranno gli Statuti Trevigiani a fissare una volta per tutte la sua lunghezza e a stabilire la quantità di pertiche che formano un campo trevigiano.

Di legno e con gli estremi di metallo, la pertica doveva misurare m 2,04 e ogni anno, doveva venire bollata dall’Ufficiale Bollador del Comune di Treviso che la controllava a garanzia della correttezza delle misurazioni.

L’operazione di misurazione del terreno, con la pertica detta appunto perticazione, poteva essere effettuata in due modi; nel primo le pertiche, posizionate orrizzontali sul piano di allineamento venivano fatte scorrere a livello del terreno, una dopo l’altra.

Il secondo sistema, era il metodo più diffuso e utilizzava un enorme compasso di legno con uno snodo in alto che bloccava le due aste formando tra loro un’apertura pari alla misura di una pertica. Questo strumento veniva fatto camminare sul terrreno facendolo ruotare alternativamente su uno dei due estremi.

Gli strumenti utilizzati dai periti, vengono spesso disegnati ai margini della mappa. Ad esempio nella mappa di Trevignano del 1685, il perito P. Tessari, disegna proprio uno di questi compassi e uno strumento simile, risalente al settecento, è ancor oggi visibile presso il Museo Civico di Asolo.

 

ZUANNE RIZZI

 

Nato nel 1656 a Paderno, pubblico perito dell'estimo del Polesine e di Treviso svolge anch'egli un’intensa attività agrimensoria, che lo vedrà spesso lavorare su commissione per i Provveditori sopra i Beni Comunali e che lo porterà a rilevare diversi villaggi tra i quali quello di Falzè.

Oltre alla mappa antica di Falzè (1712-1713) sue sono anche quelle di Maser, Crespignaga e Poveglia-no. Anche Rizzi, come i colleghi Tessari e Pasconi, preciso e attento, era uno dei periti più veloci nelle operazioni di perticazione.

Affianco al Tessari, lavorerà nel ‘700 per l’aggiornamento e l’ultimazione dell’estimo  trevigiano.

 

 

PIETRO TESSARI

 

Nato nel 1665 a S. Mama (Ciano del Montello) e morto intorno alla metà del '700, svolge un’attenta ed intensa attività cartografica per la Serenissima.

Impegnato nelle ultime fasi dell'estimo del 1680 e in quello del settecento, tra il 1684 ed il 1685 rileva e disegna ben cinque villaggi in zona. Numerose altre sono le realizzazioni che lo vedono protagonista ora solo, ora assieme al collega ed amico Zuanne Rizzi, altro "grande" perito dell'epoca. Il loro sodalizio risulterà vicente e li vedrà impegnati per tutta la prima metà del '700 nell'opera di aggiornamento e ultimazione dell'estimo trevigiano.

Del Tessari sono la Mappa antica di Trevignano realizzata nel 1685, e gli aggiornamenti del 1712; quella di Musano (1714) e quella di Signoressa (1712-1713). Le sue mappe si distinguono oltre che per la precisione e la bellezza dei disegni anche per il sapiente e ragionato uso del colore.

 

COLTIVAZIONE A ROTAZIONE

 

La coltivazione a rotazione, consiste nel far susseguire colture diverse sullo stesso terreno in modo da evitare che questo manifesti fenomeni di “stanchezza” che si verificherebbero qualora fosse costretto a sostenere per più stagioni una medesima coltura. Infatti è dimostrato che ogni coltura assorbe solo alcuni principi contenuti nel terrreno. Insistere perciò con la stessa coltura, porterebbe il terreno ad impoverirsi e a privarsi quasi totalmente proprio di tutti quei principi indispensabili per la crescita di quel tipo di piantagione.

 

L’OTTOCENTO

[…]

Alla base della società dell'epoca vi è sempre la famiglia patriarcale, spesso composta da una dozzina di persone dove, all'alta natalità fa contrasto un’altissima mortalità. Infatti non tutti i membri della famiglia riescono a sopravvivere alle malattie e alla malnutrizione che operano una triste selezione naturale.

I nuclei famigliari vivono in grandi casolari e rappresentano delle aziende agricole dove il patriarca governa la famiglia e organizza il lavoro di tutti. Spesso il casolare ospita però anche dei braccianti agricoli cosicché diverse sono le famiglie che vivono sotto lo stesso tetto.

L’importanza dell’istruzione non è ancora recepita anzi, la scuola viene vista con diffidenza perchè toglie valide braccia al lavoro dei campi. Le scuole sono poche, situate distanti dai centri agricoli e mancano pure i mezzi di trasporto idonei. Così le lezioni vengono disertate in massa, soprattutto nei periodi in cui la campagna richiede manodopera.

I contadini si chiedono infatti a cosa serva saper leggere e scrivere dato che è convinzione comune che per un agricoltore sia sufficiente saper  far di conto. Ecco perchè verso la metà del secolo oltre il 65% della popolazione è analfabeta e la cultura si basa unicamente sulla saggezza popolare che viene tramandata oralmente dai vecchi alla sera, davanti al fuoco o in stalla durante i filò.

I genitori più anziani i “veci” sono i capi indiscussi della famiglia perché data l'età e la loro esperienza vengono considerati i più saggi. “Vecchio” è un termine relativo poiché va ricordato che la durata in media della vita degli uomini dell’epoca si aggirava intorno ai 36 anni ed è perciò molto più breve rispetto a quella di oggi.

Ma se tutte le decisioni vengono prese dagli uomini più anziani, dai "veci", alle “vecie” spetta il compito di far da pacere e di far andare tutti d’accordo.

Pochi sono i membri delle famiglie che lavorano fuori casa e la maggior parte dell’economia domestica viene organizzata dalle donne che si occupano dei pollai, dei maiali, delle mucche, degli orti e dei campi. Talvolta però le donne vengono impiegate anche nei lavori in fabbrica o a domicilio.

Alla fine del secolo infatti, sempre più famiglie posseggono in casa un telaio a mano fornito, assieme alla materia prima, dagli industriali che commissionavano il lavoro a domicilio. Il settore industriale resta comunque secondario rispetto a quello agricolo e i salari degli operai sono bassissimi. Le persone vengono retribuite in base all’età ed al sesso: bambini, donne e anziani oltre che sfruttati sono pagati molto meno degli uomini perchè vengono ritenuti meno validi.

Una serie di fattori portano anche nell’ottocento ad una grande diffusione delle malattie, soprattutto infettive. La scarsa nutrizione, la poca varietà di cibi, sono la causa principale delle epidemie e sono legati alla condizione agricola dei paesi. L’agricoltura che ancora non è specializzata spesso non si interessa di operare un oculato impiego delle sue risorse in modo da provvedere al benessere di tutti.

Le zone sono malsane e le case sono spesso umide, non aerate, non dotate di servizi igienici. La gente ha scarsa cura di sè, non si lava, per le difficoltà oggettive come la mancanza di acqua corrente, il freddo d’inverno ed anche per una questione morale e religiosa che vuole che gli individui non si occupino troppo della propria persona.

[…]

L’economia si basa sul principio dei tre campi: la vite dà il reddito, il frumento viene utilizzato per il pagamento in natura del padrone, ed il mais viene impiegato per il consumo personale.

Intorno al 1870, si assiste ad una gravissima crisi dell’economia che coinvolge soprattutto i fittavoli della zona. I proprietari terrieri infatti, non si dimostrano interessati alla crisi economica e alle sorti dell’agricoltura dato che in cambio dell’affitto del fondo, la loro parte di raccolto è comunque assicurata.

L’industrializzazione all’inglese, che avrebbe potuto risollevare le sorti della nostra economia, per il momento, non decolla e l’agricoltura continua ad essere il settore trainate, nonostante la sua inadeguatezza.

Razionalizzare l’agricoltura sfruttando la produzione esistente basata sul baco da seta e sul vino e adeguare contemporaneamente l’industria legata al settore agricolo, portandola a realizzare completamente in zona il manufatto, era la via giusta per risanare l’economia.

Ma questa strada si presenta difficilissima perché i proprietari terrieri, interessati solo al loro tornaconto, non vogliono rischiare e si preoccupano solo di proteggere i loro capitali. La diffusa ignoranza ed il pregiudizio per tutto ciò che è innovativo fanno il resto.

[…]

Le condizioni dell’agricoltura sono retrograde: gli arnesi sono rudimentali e persino il concime indispensabile per ottenere una buona produzione, non viene accuratamente conservato. Infatti, non esisteva la minima struttura funzionale ed il concime, tanto per fare un esempio, veniva lasciato all’aperto dove si ossidava perdendo gran parte delle sue proprietà. Solo il Conte Oliviero Rinaldi, grande sperto di agricoltura, aveva allestito a Trevignano una struttura razionale per la conservazione del concime.

La precaria situazione del settore agricolo, rende necessaria l’attuazione di una politica protezionistica che difenda l’agricoltura e la nascente industria nazionale dalla concorrenza straniera.

[…]

Ma la situazione soprattutto per i contadini è ancora durissima e i maltrattamenti da parte dei padroni sono frequentissimi. I proprietari terrieri, li definiscono ladri maliziosi, privi di voglia di lavorare e usano questo come pretesto per costringerli a vivere in difficili condizioni. Puniti con sanzioni gravissime se trovati a fare bracconaggio sulle terre di loro proprietà, vengono spesso sfruttati, costretti a lavorare per un numero disumano di ore. Questo tipo di vita, incrementa gli episodi di furto nelle campagne, i moti di ribellione contro i proprietari e la protesta, spesso violenta, per i diritti della comunità.

[…]

Il 1880 si apre con lo sciopero generale della mietitura conseguenza di una gravissima crisi agraria. Il già precario equilibrio economico viene inoltre minato pericolosamente dalla atrofia del baco da seta e dal crittograma della vite che colpiscono le coltivazioni che sono alla base di tutta l’economia della zona.

Con l’infittirsi della rete di comunicazione viaria attraverso i piroscafi a vapore che trasportano in tempi e costi ridotti il grano americano e quello ucraino dal mar Nero, la seta dalla Cina e dal Giappone ed il riso dall’India, la concorrenza per il Veneto diventa insostenibile. Perciò le sempre più precarie condizioni di vita, spingono le classi meno abbienti a cercare fortuna in paesi lontani ed il fenomeno dell’emigrazione si esaspera.

Le mete degli emigranti sono quei paesi che hanno un’economia basata sull’agricoltura e dove perciò loro possono trovare lo stesso lavoro svolto in patria. La maggior parte dei nostri connazionali partono alla volta dell’America del Sud e del Brasile dove lavorano nelle fazende e nelle piantagioni di zucchero.

Si calcola che dal 1886 in poi siano emigrati, in tutto il mondo, circa mezzo milione di contadini veneti.

[…]

 

LA VITA SECONDO NATURA

 

La vita viene scandita dai tempi della natura e dal lunario; l’anno inizia alla fine della semina cioè il 2 novembre con la festività dei morti. In coincidenza della  celebrazione liturgica, si compiono anche gli antichi riti agrari: Per facilitare la crescita delle nuove colture e per rendere più fertile la terra si accendono i falò nel solstizio invernale, oltre ai pan e vin  che trasmettono calore alla terra e invocano il ritorno del sole e del calore (come negli antichi riti del sole). Quando si  brusa la vecia si cancella l’anno vecchio con tutte le sue disgrazie e si prepara l’arrivo dell’anno nuovo.

L’inverno è trascorso nelle stalle durante i filò e finisce il  2 febbraio come dice il proverbio -“A la Madonna Candelora dell’inverno semo fora. Da questa data in poi iniziano i riti per la celebrazione dell’estate. Il canto del cuculo scandisce l’inizio dell’anno lavorativo. Mentre la fine del carnevale segna il ritorno della vita. Pare che il carnevale si rifaccia al mito di Proserpina che consacra il contatto magico con le forze benefiche della natura tramite la maschera.

A marzo il matrimonio figurato tra i giovani morosi del paese celebra invece la fertilità della terra.

La Pasqua libera l’uomo dalla paura ancestrale della morte e della sofferenza.

 

 

RELIGIONE E SUPERSTIZIONE

 

I contadini dell’ottocento sono ancora molto superstiziosi e legati alle vecchie tradizioni. Attribui-scono ai Santi e alla Madonna le capacità curative dei medici e dei veterinari e preti, maghi e stregoni hanno eguale ascendente sulle genti della zona, ancora legate in molte cose ai vecchi riti pagani. Spesso immagini di San Rocco e San Sebastiano vengono poste in capitelli ai crocicchi o al limitare dei paesi per preservare la popolazione dalle epidemie e dalle sventure.

La testimonianza della superstizione e del forte legame con i vecchi riti pagani è visibile anche nel complesso linguaggio liturgico che viene applicato alle varie occasioni attraverso le sagre o i riti agresti. Ad esempio la semina non deve iniziare prima di una certa data per invocare la protezione dei Santi ed il primo colpo di falcetto deve essere gettato in mezzo al campo per restituire alla terra la sua forza generatrice.

Il continuo equilibrio fra religione e superstizione viene anche messo in evidenza dai proverbi e dai detti come: “L’altissimo de sora n’ha tolto la so parte, l’altissimo de soto, s’ha tolto quel che resta; tra sti do altissimi noaltri restemo povarissimi.”.

 

 

IL NOVECENTO

 

Il ventesimo secolo si apre per Trevignano con una serie di importanti novità; viene inaugurato il campanile della chiesa di Signoressa e a Falzè viene costruito il municipio; due edifici, uno religioso ed uno pubblico, nei quali la comunità, riconoscendosi può guardare al nuovo secolo con rinnovato ottimismo.

Infatti anche se la vita della popolazione, scorre tranquilla seguendo i ritmi ancestrali, tipici della campagna veneta, povertà, malnutrizione, malattie endemiche continuano a rendere particolarmente difficili le condizioni di vita della maggior parte della gente residente nel Comune di Trevignano.

E’ uno spaccato di vita contadina fatto di soprusi, ignoranza e miseria in stridente contrasto con il progresso e le novità di inizio secolo, quello che viene portato all’attenzione dell’opinione pubblica dall’omicidio della contessa Onigo, uccisa proprio da un contadino di Trevignano nel 1903.

Lo scoppio delle due guerre mondiali, che devasteranno la zona nella prima metà del secolo, non farà altro che aggravare la già difficile situazione socio-economica del Comune; una situazione che genera il grave problema dell’emigrazione, una piaga sociale, che avrà bisogno di diverso tempo prima di potersi risanare.

 […]

 

 

<- indietro